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Palermo, 23 maggio 2008 - «Il fenomeno mafioso – si legge nelle ‘linee di indirizzo’ del Ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni del 23 maggio 2007 che hanno recepito le conclusioni del Comitato Nazionale “Scuola e Legalità” - è presente, anche se in modo diverso, in tutto il Paese» per cui nella scuola «l’educazione alla legalità finalizzata alla lotta alle mafie dovrà offrire strumenti per la comprensione delle loro differenti connotazioni nelle diverse aree geografiche del territorio nazionale»: da ciò la necessità di far conoscere, in un più ampio contesto, anche «la storia e le caratteristiche del fenomeno, con particolare riguardo alla sua pervasività, che presenta il rischio di sempre maggiori inquinamenti - e non soltanto nel Sud - del sistema economico e delle Istituzioni pubbliche» al fine di «promuovere negli studenti il senso di responsabilità civile e democratica per spronarli ad un costante impegno sociale». Fino all’anno scorso, alcune indicazioni sull’argomento, piuttosto frammentarie, andavano ricercate principalmente in due documenti che rimangono comunque validi in tutte le scuole d’Italia: la Circolare Jervolino, numero 302 del 25 ottobre 1993, dal titolo “Educazione alla legalità” e nel Decreto Moro, numero 585 del 13 giugno 1958, contenente i “Programmi per l'insegnamento dell'educazione civica negli istituti e scuole d'istruzione secondaria e artistica”. - La Circolare Jervolino del 1993 - La Circolare Jervolino - emanata all’indomani delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio e degli attentati a Roma, Firenze e Milano – nel riconoscere che «la lotta alla mafia un’occasione decisiva per la difesa delle istituzioni democratiche», rileva la necessità che gli insegnanti si muovano nella consapevolezza che «soltanto se l’azione di lotta sarà radicata saldamente nelle coscienze e nella cultura dei giovani, essa potrà acquistare caratteristiche di duratura efficienza, di programmata risposta all’incalzare temibile del fenomeno criminale».
- Il Decreto Moro del 1958 - Il Decreto Moro aveva invece fissato già mezzo secolo fa - quando era in corso in Sicilia la prima guerra di mafia che si concluse nel 1963 con la strage di Ciaculli nella quale rimasero uccisi ben sette rappresentanti delle Forze dell’Ordine - alcuni principi fondamentali che, se fossero stati seguiti scrupolosamente, avrebbero contribuito sicuramente ad evitare tante degenerazioni del costume sfociate con l’andar del tempo con i ben noti fenomeni di Mafiopoli e Tangentopoli: «l'educazione civica ha da essere presente in ogni insegnamento», «ogni insegnante prima di essere docente della sua materia, ha da essere eccitatore di moti di coscienza morale e sociale» e deve operare in modo tale da «radicare il convincimento che morale e politica non possono legittimamente essere separate».
- Le “linee di indirizzo” del 2007 - Integrando ed approfondendo queste disposizioni, le “linee di indirizzo” del 23 maggio 2007 hanno quindi costituito un notevole salto di qualità: una straordinaria scelta innovativa perché è la prima volta che nella storia della scuola italiana un Ministro colloca al primo punto del sistema nazionale di istruzione e di formazione l’ «educazione alla legalità finalizzata alla lotta alla mafia», fissando senza mezzi termini - onde evitare possibili interpretazioni riduttive o fuorvianti – precisi “punti di non ritorno”: sottolinea infatti che il fenomeno mafioso, alimentato dalle tradizionali organizzazioni nate e cresciute nel Meridione, costituisce una questione nazionale perché ha ramificazioni in tutto il Paese ed invita i docenti ad affrontare la questione con riferimento alle variegate situazioni esistenti nelle varie regioni d’Italia.
Questo orientamento senza precedenti – secondo le precisazioni del Ministro - si inquadra in un «nuovo modello di scuola» che, oltre ad «offrire agli studenti “occasioni di confronto, di dialogo e di conoscenza promuovendo la più ampia progettualità, la capacità di co-gestire, organizzare, esperire" lavorando per i giovani, con i giovani e attraverso i giovani» dovrà «coinvolgere l'intero personale che in essa opera, le famiglie e il territorio». Una iniziativa encomiabile, dunque, che il Ministro Fioroni ha tenuto ad annunciare personalmente, alla presenza di nutrite e qualificate rappresentanze di studenti provenienti da tutte le regioni d’Italia, in occasione della manifestazione organizzata dalla Fondazione Giovanni e Francesca Falcone il 23 maggio dell’anno scorso nella ricorrenza della “Strage di Capaci”, proprio qui a Palermo ed in una sede particolarmente simbolica: l’aula bunker del “Carcere dell’Ucciardone” dove fra il 1986 e il 1987 fu celebrato il maxiprocesso a Cosa Nostra che si concluse con una sentenza contenente dure condanne per i suoi esponenti, passata indenne al vaglio della Cassazione perché basata su un’efficace istruttoria curata, sotto la guida di Antonino Caponnetto, da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ai quali furono affiancati i colleghi Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello. Tema della manifestazione, «Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: la loro lezione di libertà e di democrazia». Falcone e Borsellino: libertà e democrazia - «La scuola, presidio di legalità – ha sottolineato il Ministro - è credibile nella sua funzione educativa quando è in grado di proporre modelli positivi di comportamento». Quale, in tal senso, il messaggio dei due magistrati relativamente a quei valori? Quello del dovere dei cittadini, giovani o adulti che siano, a prendere coscienza della dimensione vera e della reale pericolosità che il fenomeno presenta per la società, l’economia, la politica e le istituzioni, ed a partecipare democraticamente in tutto il Paese, sia pure con ruoli e strumenti diversi, al suo superamento attraverso il contributo alla graduale rimozione delle condizioni che ne hanno consentito quello sviluppo che, soprattutto nelle regioni del tradizionale dominio, ha privato o limitato in larghe fasce della comunità e del mondo imprenditoriale, a seconda dei casi, la libertà dal bisogno e dalla paura, la libera iniziativa, il libero mercato e la libera espressione del consenso popolare. A me che vivo da più di quarant’anni in Veneto, la presenza a Palermo di tanti giovani del Centronord a conclusione di un percorso di preparazione scolastica fa venire in mente l’importanza che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino attribuivano ai convegni di studio e più in generale alle iniziative culturali ed educative organizzate soprattutto nelle regioni del Centronord, alle quali partecipavano spesso, per far capire che il fenomeno mafioso, già da decenni aveva assunto una portata nazionale. 1983 Falcone a Venezia: “Mafia, problema nazionale” - Giovanni Falcone manifestò ad esempio grande soddisfazione quando nel 1983 – ad un anno dall’emanazione della Legge La Torre – partecipò a Venezia a un convegno, patrocinato dalla Regione Veneto, sul tema «Difesa della convivenza civile dalla mafia e dalle altre associazioni di tipo mafioso» promosso per approfondire l’applicabilità della nuova normativa nei confronti di appartenenti ad organizzazioni criminali ovunque operanti e «comunque localmente denominate». «Questo seminario di studi – disse infatti il magistrato – è la testimonianza della consapevolezza che, finalmente, comincia ad acquisirsi della mafia come problema nazionale, sia per la sua estensione territoriale con collegamenti con similari organizzazioni criminali, sia per gli inquietanti nessi col mondo economico e con le Istituzioni, costituenti un autentico pericolo per la stessa sopravvivenza dell’ordine democratico. Deve darsi, quindi, espresso riconoscimento della sensibilità nell’organizzare un seminario per lo studio di tali problemi in una zona che troppo a lungo è stata ritenuta, a torto, indenne da infiltrazioni mafiose». «In questa città non si sono ancora manifestati fenomeni eclatanti di criminalità organizzata come quelli che, purtroppo, si debbono registrare in tante altre regioni d’Italia, soprattutto di quella meridionale; né il tessuto sociale di queste zone può ritenersi profondamente intaccato da manifestazioni di omertà e di convivenza. Ma sarebbe illusorio ritenere – e ciò, del resto, è smentito da recentissime indagini giudiziarie – che le organizzazioni mafiose non operino anche in queste zone». Percezione tardiva del fenomeno al Nord - E’ infatti «una dolorosa realtà – concluse Giovanni Falcone - il dover constatare che sono sempre più frequenti ed intensi i contatti della criminalità organizzata con la malavita locale, resi necessari dalle stesse esigenze dei traffici illeciti – si pensi al traffico di stupefacenti – e favoriti dalla mancata conoscenza del fenomeno mafioso da parte degli organi di polizia e della magistratura». La validità di queste considerazioni fu sottolineata verso la fine di luglio del 1992, quando non si era ancora spenta l’eco delle vicende di Capaci e di Via D’Amelio, dal dottor Antonio Fojadelli, della locale Direzione Distrettuale Antimafia, in un’intervista al quotidiano “Il Gazzettino”. Quando è cominciato – gli chiese una giornalista – il fenomeno mafioso in Veneto? «Quando è cominciato – rispose – non lo sappiamo. Posso dire che in qualunque momento ce ne siamo accorti, è comunque stato tardi. Ci sono due ordini di constatazione: che mancava l’organizzazione conoscitiva, da parte dell’autorità, che non fosse di mera facciata; che la disattenzione verso alcuni segnali che c’erano stati all’inizio degli anni Ottanta è stata dovuta certamente al desiderio di rimuovere qualcosa che si sarebbe voluto appartenesse a qualcun altro». «Ricordo – precisò il dottor Fojadelli - un accenno di Giovanni Falcone, di molti anni fa. Camminavamo in Campo San Polo, era qui per le indagini sull’omicidio Dalla Chiesa, era con il commissario Ninni Cassarà, morto ammazzato anche lui. Mi disse: “Nemmeno voi, qui, potere permettervi il lusso di essere disattenti”. Il significato di quella frase ci è parso più chiaro anni dopo, quando abbiamo capito – con il nascere e l’approfondirsi dell’inchiesta sulla Riviera del Brenta – che si disegnava un quadro di connessioni criminali consolidate anche in Veneto. La storia e le investigazioni confermarono che un certo modo di pensare aveva lasciato degli eredi». I soggiornanti obbligati - Il riferimento era ai soggiornanti obbligati che dal 1956 al 1988 venivano condannati a risiedere in zone lontane da quelle d’origine per impedire, da un canto, di continuare ad esercitare un certo potere basato sull’intimidazione ed a svolgere traffici illeciti protetti dall’omertà e per offrire, dall’altro, la possibilità di cambiar vita inserendosi in un ambiente sociale sano. In realtà i soggiornanti obbligati – presenti nelle regioni della penisola in 2360 solo fra il 1961 e il 1972 – continuarono a mantenere i legami con le cosche di appartenenza ed avviarono rapporti con la malavita locale strumentalizzandola soprattutto ai fini del traffico di stupefacenti. Prendere coscienza del problema nel Centronord - Per questo – concluse il dottor Fojadelli - «il Veneto deve avere coscienza, non paura perché qui il fenomeno non è radicato. Ma nessuno, ripeto, nessuno, può più permettersi di dire che non son fatti che lo riguardano». Ed è chiaro che il discorso valeva e vale ancora per tutte le regioni del Centronord e non soltanto per l’influenza dei soggiornanti obbligati perché alle conseguenze del “contagio” si sono aggiunte quelle della “imitazione” non soltanto da parte di malavitosi, ma anche di spregiudicati operatori economici locali che sempre più frequentemente sono scesi a patti con “uomini del disonore”: basti pensare – ma soltanto per fare qualche esempio particolarmente significativo –ai traffici di stupefacenti diffusi un po’ dappertutto, all’acquisto, da parte di boss mafiosi, di azioni di società in Borsa, denunciato a chiare lettere da Giovanni Falcone già negli anni Ottanta; al “Clan delle tangenti” di Savona del quale faceva parte il presidente della Regione Liguria, iscritto alla P2; all’inchiesta palermitana su “Mafia e appalti” che nel luglio del 1991 coinvolse amministratori di varie società del Centronord; alla vicenda milanese della “Duomo Connection”, un intreccio di politica, affari, mafia e massoneria; allo scioglimento dei Consigli Comunali di Bardonecchia (Torino) nel 1995 e di Nettuno (Roma) nel 2005 perché condizionati da associazioni mafiose; all’eliminazione, nel 1979 a Milano, dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore – per incarico della Banca d’Italia - di una banca di Michele Sindona, anello di congiunzione fra Cosa Nostra e la P2, poi condannato come mandante del delitto; all’uccisione del Procuratore della Repubblica di Torino Bruno Caccia nel 1983, proprio nel momento in cui aveva scoperto inquietanti contatti tra boss trapiantati al Nord ed alcuni suoi colleghi. L’escalation della mafia nel Centronord - Ma come e quando si è verificata l’escalation della criminalità di tipo mafioso nel Centronord e nelle are di maggiore sviluppo economico in particolar modo? «Spesso si è parlato contro il soggiorno obbligato: si è detto che mandando i mafiosi al Nord si è esportata la mafia» disse nel gennaio dell’89 Paolo Borsellino parlando assieme a me agli studenti dell’Istituto Profesionale per il Commercio “Remondini” di Bassano del Grappa (Vicenza). «Il soggiorno obbligato – precisò - avrà fatto pure dei danni, ma anche se non ci fosse mai stato, la mafia sarebbe arrivata comunque perché è chiaro che quando si hanno grossi capitali non si bada a per farli fruttare in un’area economica depressa, come può essere la Sicilia, la Calabria o la Campania». «Fino a una certa epoca – spiegò il magistrato - l’organizzazione mafiosa aveva avuto interessi prevalentemente agricoli o tutt’al più di sfruttamento di aree edificabili. Poi è avvenuto qualcosa di ancora più grave perché la mafia è passata al traffico della droga. Badate bene: il traffico delle sostanze stupefacenti non l’ha inventato la mafia. E’ nato fuori dalla mafia e gestito a lungo da organizzazioni non mafiose: in principio in Europa furono infatti i cosiddetti “marsigliesi” che se ne occuparono. Ad un certo punto la mafia scoprì che, inserendosi nel settore, i suoi profitti potevano essere enormemente moltiplicati e, fra gli anni ’70 e gli anni ’80, tra l’indifferenza generale, si impossessò del monopolio del traffico delle sostanze stupefacenti ed è diventata un grossissimo problema nazionale perché una cosa è una organizzazione che agisce illecitamente in un campo che però geograficamente resta limitato ad alcune regioni, ben altra cosa è che questa organizzazione diventi potentissima perché ha la disponibilità di risorse così enormi che talvolta raggiungono quasi le cifre di bilanci di piccoli o grossi Stati. E dovendo gestire questi enormi capitali che cosa ha fatto ? I capitali come si gestiscono ? Si vanno a cercare dei mercati dove poterli poi impiegare, nelle attività che noi chiamiamo “paralecite”, cioè nelle attività nascono dall’illecito ma le cui entrate si cerca poi di impiegarle da qualche parte», cioè nel settore legale. «E la mafia va a cercare naturalmente i mercati più ricchi, che non sono i mercati del Sud: sono i mercati del Nord, come Milano, come Torino, dove i capitali impiegati fruttano di più». La disponibilità in loco di queste risorse rappresentò – e continua a rappresentare – una autentica tentazione per operatori economici senza scrupoli votati al motto “pecunia non olet”, come precisò Paolo Borsellino il 21 maggio del ’92, appena due giorni prima della “Strage di Capaci”, nell’ intervista rilasciata a due giornalisti della rete televisiva francese “Canal Plus”. «E’ normale – disse - che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per poterle impiegare sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Quindi non mi meraviglia il fatto che, a un certo punto della sua storia, Cosa Nostra si sia trovata in contatto» con «certi finanzieri che si occupavano di movimenti di capitali» ed abbia cominciato «a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all'industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttare questi capitali dei quali si era trovata in possesso». Corruzione, anticamera della mafia - Ma nel corso degli anni non c’è stato soltanto questo, purtroppo. «Di cosa dobbiamo preoccuparci noi che abitiamo al Nord?» chiese, nel maggio del 1990, una ragazza a Paolo Borsellino, durante un incontro pubblico da me organizzato a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso con il patrocinio del locale Distretto Scolastico. «Della corruzione, perchè la corruzione è l’anticamera della mafia» fu la risposta secca ed immediata. «E il motivo – spiegò - è facile da capire : se un esponente delle organizzazioni mafiose va in cerca di punti di riferimento per riciclare o investire nell’economia legale capitali di origine illecita fuori dalla propria regione non può che rivolgersi a politici o ad amministratori corrotti, cioè a persone che hanno rivelato una certa inclinazione». Proprio in quei giorni e proprio a Treviso era stato arrestato il “numero due” della “Duomo Connection”, un ingegnere palermitano trapiantato a Milano che avrebbe dovuto compiere in città un’operazione finanziaria con una società con sede in una piazza situata in pieno centro, a due passi dalla Prefettura e da una macelleria gestita da un soggetto plurinquisito, appartenente a una potente famiglia mafiosa di Alcamo nonché amico di un assessore comunale del capoluogo della Marca. Per la buona riuscita dell’affare, il trafficante aveva chiesto una raccomandazione al capo di una loggia massonica, il quale si era impegnato a promuovere un appoggio in suo favore a un senatore veneto eletto nella zona che era stato più volte ministro. Alla fine l’ingegnere fu condannato a 21 anni di carcere per traffico di stupefacenti e corruzione mentre l’ex ministro, processato per corruzione relativamente ad altre vicende, se la cavò con la scorciatoia del patteggiamento, non fece un giorno di carcere e dopo un po’ di tempo tornò a far politica. La mafia non è solo droga - «La mafia – sottolineò Paolo Borsellino nel maggio del 1989 nel corso di una conferenza al Liceo Visconti di Roma, incentrata sull’importanza dei giovani nella lotta alla mentalità mafiosa - non coincide affatto con il traffico delle sostanze stupefacenti. Se coincidesse soltanto col traffico delle sostanze stupefacenti sarebbe solo una grossa organizzazione criminale della quale dovremmo interessarci soltanto sul piano repressivo, di polizia e sul piano giudiziario. La mafia non è questo: la mafia è qualcosa di molto più pericoloso e di più complesso: il traffico delle sostanze stupefacenti le ha dato una forza incredibile, un'enorme capacità di espansione [dalla quale derivano], oggi fenomeni di sfiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche che indirizzano il consenso di tanta parte di cittadini verso qualcos'altro: in Sicilia […] verso il consenso della mafia, […] nelle altre regioni […] verso forme di corruzione, verso forme di affarismo non necessariamente mafiose. Oggi c'è il grosso pericolo che con questo enorme potere che ha nelle mani per la disponibilità degli enormi introiti del traffico delle sostanze stupefacenti, la mafia invada, come sta invadendo, a macchia d'olio tutta l'Italia e che riesca un domani a polarizzare anche nel resto d'Italia quella forma di consenso che la ha resa pressoché, non voglio dire indistruttibile, ma così potente in Sicilia». Tanto potente «che talvolta sembrano o appaiono inutili tutte le forme di repressione, anche quelle più dure, e probabilmente inutili sono se nei confronti della mafia ci si continua a limitare ad attività meramente repressive e giudiziarie e si continua a delegare a magistrati e polizia la lotta contro la mafia senza riflettere che bisogna togliere attorno alla mafia l'acqua in cui questo immondo pesce nuota». Spiegare la mafia ai giovani di tutta Italia «E l'acqua la si toglie da un lato insegnando ai giovani a diventare cittadini, a sapersi riconoscere nelle istituzioni pubbliche. Ecco perché il discorso che si fa a proposito della mafia è un discorso che va fatto ai giovani di tutta Italia e non soltanto agli adulti. E i giovani lo vanno imparando, e lo vanno imparando velocemente, a diventare cittadini, anche quelli delle province più interne della Sicilia. Io opero in una provincia ad alto tasso mafioso (Procura di Marsala, nel Trapanese), vado spesso a parlare in paesi dell'interno o del Belice [e mi viene detto]: "ma come mai vai lì? Quella è una zona dove è meglio non andare a parlare di queste cose". Invece io mi sono accorto che mentre sono restii ad ascoltare certi discorsi quelli della mia generazione, o delle generazioni precedenti, i giovani ascoltano, fanno tesoro. La coscienza giovanile dei cittadini contro la mafia, che poi è la coscienza di star diventando cittadini, va crescendo e va crescendo velocemente». Il ruolo delle istituzioni - «Ma questo – proseguì Paolo Borsellino - è solo metà del cammino perché quand'anche tutti i giovani imparassero veramente a diventare cittadini e a rifiutare queste forme di organizzazioni che si pongono in alternativa allo Stato sarebbe stato fatto metà del cammino. L'altra metà del cammino debbono farla le istituzioni. Altrimenti questo incontro a metà strada fra i giovani che crescono e le istituzioni che rispondono a questa crescita culturale dei giovani non può avvenire. E sino a quando, purtroppo, le istituzioni saranno intese dalle organizzazioni partitiche come posti di occupazione, sino a quando i pubblici amministratori non impareranno che i loro incarichi sono loro attribuiti per l'interesse pubblico e non per gli interessi particolaristici, singoli, di fazione, di lotte, sino a quando occuperanno quelle poltrone, occuperanno quei posti soltanto per rispondere agli interessi dei loro partiti o delle loro lobby, questo incontro non potrà avvenire. Ecco perché se da un lato si deve parlare ai giovani di mafia, soprattutto per insegnar loro a diventare cittadini, dall'altro meritorie sono quelle iniziative, e anche a Palermo ve ne sono, dove bisogna insegnare ai politici a fare politica. Che significa soprattutto agire nell'interesse di tutti e non l'interesse né dei singoli né delle fazioni». Il dovere della politica - Una constatazione, questa, che sembra confermare quanto osservato una decina di anni fa dall’ex parlamentare siciliano Emanuele Macaluso nel libro “Mafia senza identità”. «Per fare avanzare una cultura antimafiosa – ha scritto – è stata presa la lodevole iniziativa di discutere questi temi nelle scuole. Lo fanno alcuni insegnanti, lo hanno fatto il generale Dalla Chiesa, lo fa Caselli e sistematicamente don Luigi Ciotti con la sua associazione Libera. Ancora una volta dico che queste iniziative, se non c’è la politica, cioè la competizione per governare sulla base di programmi e di valori, non portano lontano. E lo vediamo nel momento stesso in cui gli stessi procuratori impegnati nelle inchieste contro la mafia, dopo tanti successi, sostengono che il fenomeno sia più diffuso e pericoloso». All’epoca, nel panorama della criminalità organizzata nazionale, spiccava Cosa Nostra, entrata in crisi con gli importanti arresti degli ultimi tempi. Oggi l’organizzazione più potente è la ndrangheta. Per quanto riguarda la camorra ed i gruppi pugliesi basta leggere giornalmente le notizie di cronaca. Ma ciò che più inquieta è la “ramificazione territoriale” delle quattro malepiante nelle regioni del Centronord, denunciata a chiare lettere dal dottor Piero Grasso proprio nel momento in cui ha lasciato la Procura di Palermo per assumere l’incarico di capo della Direzione Nazionale Antimafia: da inchieste in corso – ha detto – risulta che operatori economici al di sotto di vari sospetti, per fare affari ed accaparrare appalti pubblici, dal Sud si dirigono verso le regioni del Nord e dal Nord tendono a spostarsi verso le regioni del Sud. Più che opportune, dunque, le “linee di indirizzo” del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni che, sintetizzando l’essenza delle concezioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sottolineano che l’ «educazione alla legalità finalizzata alla lotta alla mafia», deve essere concepita come «impegno comune a fronteggiare situazioni in cui le organizzazioni criminali si pongono come antagoniste dello Stato» e deve servire - è il caso di ribadire - a far conoscere anche «la storia e le caratteristiche del fenomeno, con particolare riguardo alla sua pervasività, che presenta il rischio di sempre maggiori inquinamenti - e non soltanto nel Sud - del sistema economico e delle Istituzioni pubbliche» al fine di «promuovere negli studenti il senso di responsabilità civile e democratica per spronarli ad un costante impegno sociale». In questa prospettiva, il documento costituisce sicuramente la base di partenza per un’azione culturale ed educativa efficace e duratura in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Prof. ENZO GUIDOTTO * * * * *
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